Al decimo rintocco

Da quando mi hanno ammesso in monastero, dopo essere rimasto orfano, è così: al decimo rintocco della campana, Pasquale interrompe qualsiasi attività stia svolgendo per... [Ascolta Al decimo rintocco su RaiPlay Sound!] 



/



Sale (o Un racconto arrivato d'estate, ma partito d'inverno)

In mare aperto non so più nuotare. Intendo nuotare come tornare nella pancia; come contare il fiato; come aspirare all’orizzonte. Mi è concesso un nuotare fisico (mera ripetizione di movimento) in cui io cerco i morti e intanto i morti cercano me. E mi trovano. Mentre l’acqua rifiuta il sale. Ma non è dolce: è circa amara.

Nel fondo, limpido come un cielo di primo bacio, scopro le alghe, scopro i ciottoli, scopro la ghiaia. Ad aggiustar la fortuna, scopro pure qualche oggetto bizzarro.

“È una mano?”.

“No, un rastrello!”.

“È una testa?”.

“No, un secchiello!”.

“Una pancia?”.

“Macché, è la ruota di un camion!”.

I pesci vanno alla meta con la quiete di chi è sazio. D’altronde di carne ce n’è dentro il mare. La mia, col rosso aperto da mordicchiare. E, soprattutto, quella ferma per il banchetto. Carne di tutti i Sud. Carne di tutti i secoli. Carne che a volte vien fuori (a dirla tutta, assieme alle ossa). Come l’ultimo inverno. Dopo la burrasca. Quando nessuno riuscì a comprendere se fosse carne di maschio o carne di femmina. Ma tutti sentimmo, per giorni, la puzza dell’umano morto. Che a me pareva invero puzza d'acceso. Nel senso che, in sostanza, eravamo noi i disgustosi.

Anzi, lo siamo. Su questa rina(1) dove non so più restare. Intendo restare come ricordare; come oziare; come congiungersi al sole. Mi è concesso un restare fisico (mera astensione dal movimento) in cui io cerco i vivi e intanto i vivi cercano me. E mi trovano. Mentre la pietra rifiuta il sale. Ma non è dolce: è circa amara.

«Ma 'sti stranìari cchì sù vinùti a fà?».(2)

«Ma picchì ùn sinni vann’ alli paìsi lor’?».(3)

«I fimmine ponn’ rimàn’, i masculi sinn’ann' jì!».(4)

Parlano degli uomini nel giornale. E delle donne sdraiate sui teli blu. Io prego che tacciano in fretta. Ché non mi va di consumare il tempo (il "mio" inafferabile, inacquistabile, finito e fragile tempo) a litigare.

Anche se, in questo sleale mondo, non so più pregare. Intendo pregare come sognare; come aspettarsi giustizia; come costruire. Mi è concesso un pregare fisico (lo sguardo, il passo, la percossa, la croce, la mano, il bacio, l’inchino, la genuflessione) in cui io cerco i buoni e intanto i buoni cercano me. E chissà se mi trovano. Mentre la pelle rifiuta il sale. Ma non è dolce: è circa amara.


NOTE

1. Spiaggia.

2. Questi stranieri che cosa sono venuti a fare?

3. Perché non ritornano nei loro paesi di origine?

4. Le donne possono restare, i maschi devono andar via!



/



Accattatevilla (o L'ultima rimasta)

Ecco che si avvicina un altro acquirente. Mi squadra; mi tasta; con un cenno d’insoddisfazione mi lascia qui. Anche lui preferisce altre merci. Più grandi, più tonde, più belle, più colorate. «Accattatevilla!» consiglia a squarciagola il venditore.

Quanto mi piacerebbe essere presa e portata altrove! Magari da un principe o, meglio, un attore. Però, chiunque va bene lo stesso: sempre meglio che restare sul banco, appresso ad un tizio solo intento a piazzarmi. Soprattutto vorrei vincere, arrivare davanti a qualcuna delle mie compagne di cassetta. Per sapere come si sente quel passero che sta beccando per primo gli avanzi del giorno. E non mi vergogno di lottare tra misere. Cosa importa se in palio non c’è la libertà? Ho bene in mente il modo in cui sono arrivata al mercato: il coltello che mi separa dalla terra; l’asfissia nel furgone; gli strattoni allo scarico. Quindi, adesso, perché dovrei sperare di avere per cielo il biancazzurro di quest’ombrellone e non un blu notte con il primo disposto a comprarmi?

Ecco che si avvicina un altro acquirente. Mi squadra; mi tasta; con un cenno d’insoddisfazione mi lascia qui. Sola. L’ultima rimasta. All’incanto nel disincanto. Alienata, ma non ancora venduta. Per chi mi prenderà, se mi prenderà, non sarò certo una scelta: sarò l’unica alternativa alla fame. Questo più di tutto mi addolora. Questo più di tutto mi turba. «Accattatevilla!» consiglia a squarciagola il venditore.


NOTE

-Accattatevilla: acquistatela.



/



Scànt’ di Natale (o La maggioranza sembra felice)

Giuliano torna in paese il 24 dicembre.

Al posto degli aranci che, prima di essere sradicati per fare spazio ai tavolini del Bar Baro, davano palline succose e profumate, nella piazza nuova trova un finto albero di led rossi. E una finta carrozza di led gialli, trainata da due finti cavalli di led verdi, che ricorda alle bambine l’importanza di fingersi principesse (anche) durante le feste. «Che siano, almeno, la slitta e le renne!», pensa Giuliano. Attorno, shopper in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!

Il portale d’ingresso al borgo vecchio è oscurato da un trionfo di led blu. Dietro mille lampadine scintillanti potrebbero esserci ancora i tufi che Giuliano vorrebbe ammirare. Ma anche qualsiasi altra cosa: mattoni stile industriale; listelli stile scandinavo; vetri stile grattacielo; ceramiche stile casa Batlló. Persino lamiere stile stalla, bugnato rustico o bugnato liscio. «Anziché esaltare, si copre!», pensa Giuliano. Attorno, fotocamere in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!

A pochi passi dalle fontane seicentesche, un amico si avvicina. Dice qualcosa, ma la musica molesta dei locali rende impossibile l’ascolto. «Anziché allietare, si assorda!», pensa Giuliano. Attorno, stuzzichini in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale! L’amico si congeda: «Tanti auguri a te e in famiglia!». «Quella stretta o quella allargata?», pensa Giuliano: «Di fatto o tradizionale?». Attorno, mani in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!

Neanche il Duomo è di conforto: senza chitarre e con poco da stringere in segno di pace, i banchi quasi vuoti della navata centrale portano alla mente chi non c’è più. «Qui sedevano sempre Emanuele e Binnarda!», pensa Giuliano. Attorno, il corpo di Cristo in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!

I chinuliddri del post veglia potrebbero addolcire la pena. «Peccato che nessuno li faccia più con noci e mostarda!», pensa Giuliano. Attorno, calici in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!

«Neanche una briscola!», pensa Giuliano. Attorno, bastoni in mano, la maggioranza sembra felice. Giuliano, invece, ha paura: uno scànt’ di Natale!


NOTE

-Scànt’: paura, trasalimento, spavento.

-Chinuliddri: chinulille (dolci tipici inseriti nell’elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali).



/



Il panaro (o La specialissima questua del terzo lunedì)

Quel lunedì diciassette, come ogni terzo lunedì del mese, la signora Vassalli calò dal balcone più alto di via Motta una corda con il panaro. Il cesto di vimini attaccato alla fune era, però, più grande del solito: infatti, dopo aver dato in affitto altri due piani del palazzo che aveva ereditato dai genitori, la signora Vassalli si aspettava di ottenere qualcosa in più dalle sue inquiline. «Marì, rinchia!», ordinò con la spocchia di sempre al piano terra. Maria sistemò all’interno del panaro tre limoni e due sacchi di farina di castagne. Senza neanche ringraziare, la signora Vassalli tirò la corda fino a quando il panaro non raggiunse la ringhiera del secondo appartamento. «Concettì, rinchia!». Un chilo di pane; cipolle rosse di Tropea; patate.

Al piano successivo, Filomena riempì il panaro di odori: mazzetti di origano; rosmarino; salvia; basilico e menta. “Tutto molto profumato, sì, ma il peso del cestino è pressocché uguale”, pensò la signora Vassalli, facendo due colpi di tosse che, nel suo scarno linguaggio, significavano insoddisfazione per la scarsità dell’offerta. La corda non si mosse. Filomena capì e, tutta sconsolata, rientrò in casa. Avrebbe voluto far notare alla vecchia il peso delle sfacchinate in montagna, della schiena piegata a raccogliere, del sole cocente sulla pelle. Ma prese tre boccacci di mosto d’uva dalla dispensa, si riaffacciò e li mise mestamente nel panaro.

Non si poteva deludere la signora Vassalli durante la specialissima questua del terzo lunedì. Non tanto per una questione di denaro quanto per una questione di sottomissione. D’altronde, la signora Vassalli non aveva mai mostrato grande intransigenza nell’altra delle attività che consacravano il suo ruolo di proprietaria, cioè la riscossione dell’affitto. A volte, capitava perfino che accettasse un ritardo di due o tre mesi nei pagamenti senza battere ciglio. Ma sulla questua del terzo lunedì non faceva sconti. Si trattava della sua incoronazione ciclica: tutte le inquiline, in quella cerimonia solenne che si celebrava davanti agli occhi del vicinato, dovevano rendere omaggio alla sua autorità. Poco importava che la signora Vassalli avesse avuto il solo merito di ereditare il palazzo di via Motta dalla madre, fu casalinga, e dal padre, fu dipendente statale. Né aveva qualche rilevanza il fatto che l’ultimo piano dell’edificio fosse stato costruito in sfregio alle norme edilizie ed all’architettura del centro storico. “Il proprietario è sempre il proprietario!”, ricordava a se stessa la signora Vassalli.

Lentamente la corda raggiunse la prima delle due nuove inquiline che, avendo visto quanto accaduto alla povera Filomena ed essendo decisa a fare bella figura, si presentò sul balcone con una forma di caciocavallo silano da due chili e mezzo. “Che goduria!”, esclamò dentro di sé la signora Vassalli: “Il panaro non è mai stato così ricco e pesante!”. Chissà cosa avrebbero pensato i vicini se avessero saputo che la vecchia, a causa del diabete, quel ben di Dio non poteva neanche assaggiarlo. L’umiliazione pubblica delle inquiline era il suo più gradito nutrimento. Non a caso, non dava mai inizio alla specialissima questua del terzo lunedì senza che ci fosse qualcuno nei dintorni ad osservarla. E al crescere del pubblico, fioriva la sua intransigenza.

Portare il panaro dal terzo al quarto piano fu per la signora Vassalli un lavoro davvero faticoso. Per ben due volte la corda scivolò quasi dalle sue mani di ottantacinquenne sedentaria, prima di raggiungere l’ultima inquilina. Nell’attimo di maggior sforzo, la signora Vassalli pensò addirittura di mollare la presa. Poi l’orgoglio e, soprattutto, la consapevolezza di avere addosso gli occhi dei vicini - in particolare quelli di donna Luigia che, proprio in quel momento, stava tornando a casa dal mercato - vinsero la gravità: «Palmì, rinchia!».

Tre soppressate ed una corda di salsiccia sistemata in evidente equilibrio precario colmarono il panaro, rendendone il peso davvero insopportabile per le flaccide braccia della signora Vassalli. «Palmì, prendi la corda!», chiese una voce affannata. Senza farselo ripetere, Palmina tolse dal panaro la salsiccia che aveva malvolentieri ceduto. Il gesto fu vissuto dalla signora Vassalli come un oltraggio bell’e buono: non solo non era servito più di tanto ad alleviarle il peso, ma aveva anche leso la sua autorità di proprietaria del palazzo più alto di via Motta. Con uno sguardo piegato più dalla fatica che dall’ira la signora Vassalli gridò: «L’ata corda! L’ata corda!». Palmina restò immobile per qualche secondo. Improvvisamente capì che la vecchia non le aveva affatto chiesto di riprendersi la corda di salsiccia, in un attimo di generosità inaspettata, bensì di afferrare la fune alla quale era attaccato il panaro perché giunta allo stremo delle forze. Resesi conto della gravità della situazione, anche Concettina, Filomena e la prima delle due nuove inquiline iniziarono a urlare: «Palmì, l’altra corda! Prendi l’altra corda!». Quando anche i vicini si unirono al coro, la signora Vassalli aveva già aperto i palmi delle sue mani rugose. Il panaro volò giù fino a quando il capo della fune assicurato al balcone più alto di via Motta non lo fece rimbalzare. Dopo vari dondolamenti, si fermò - intatto - al piano terra. Fortunatamente nulla del suo contenuto finì sui sampietrini.

I fatti successivi si svolsero con sorprendente naturalezza. Concettina si riprese il chilo di pane, le cipolle rosse di Tropea e le patate. Filomena tirò la corda fino alla sua ringhiera e recuperò i mazzetti di origano, il rosmarino, la salvia, il basilico e la menta, oltre ai tre boccacci di mosto d’uva. La prima delle due nuove inquiline la imitò, tornando in possesso della forma di caciocavallo silano da due chili e mezzo. Infine, Palmina tirò la corda fino al quarto piano e riottenne le tre soppressate. Il panaro restò a lei: vuoto com’era, la signora Vassalli non volle riaverlo. Fu l’ultima specialissima questua del terzo lunedì.


NOTE

- Panaro: paniere.

- Rinchia: riempi (imperativo da rìnchiere).

- Ata: altra.